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Nel mondo esistono due
tipi di comportamento: quello del falco e quello della colomba. Il falco
sappiamo essere un predatore veloce, dotato di presa potente e vista acutissima.
La colomba è invece un uccello mite, non ha grande potenza alare, è una facile
preda, non ha artigli, non si nutre di carne. Il mondo è diviso in queste due
tipologie umane, che rispecchiano esattamente il contenuto della realtà attuale.
Questi due principi sono in continuo contrasto. Da una parte esistono uomini che
possiedono grandi ricchezze, che detengono il potere e che decidono il destino
di molti, dall’altra uomini che vivono in povertà e a volte senza avere di che
nutrirsi. Entrambi sono uomini, hanno le stesse esigenze primarie, ma uno domina
e l’altro è dominato. Di quale giustizia possiamo parlare nel mondo della
dualità? Non c’è nessuna giustizia. Chi non ha non ha e non conta niente, chi ha
si arricchisce sempre di più. Le risorse della terra sono mal distribuite. Un
terzo della popolazione possiede due terzi delle risorse mondiali. Per fare
un’unità ci vogliono tre terzi, ciò significa che due terzi della popolazione
della terra vivono con un terzo delle risorse, ma questo non scandalizza
nessuno, perché chi ha continua ad avere sempre di più e chi non ha continua a
non avere e ad impoverirsi ulteriormente. Nel mondo della dualità, quindi, ci
sono falchi e colombe, aggressori ed aggrediti, violentatori e violentati,
ricchi e poveri, e, ricordiamolo, il povero non ha niente da perdere, il ricco,
molto. Chi ha, è attaccato al proprio avere, mentre chi non ha, cosa ha da
perdere? Vincitori e vinti sono uomini, chi ha vinto e chi è stato vinto sono
uomini;il bene e il male si consumano nell’ambito umano.
Che cosa si apprende nella dualità? Se siamo saggi, possiamo apprendere solo una
cosa, stare lontani dalla ricchezza, dall’agio, dalla potenza, in una parola,
dal bene, e stare lontano anche dal male, espresso dalla povertà, dal disagio,
dalla sofferenza e dalla malattia. Stare lontano da chi può e da chi non può,
ovvero stare nel mezzo. Non per una questione di cattiveria o di paura, ma
perché è l’unica via per mantenere l’equilibrio e l’armonia, l’unica via per
superare questa prigione generata da eventi di cui non conosciamo l’origine. In
questa realtà aberrante, l’unica vera verità, cui viene tributato rispetto, è la
morte, perché non ha riguardi per nessuno e colpisce tanto i deboli quanto i
forti.
Come studiosi e ricercatori spirituali, non possiamo allarmarci più di tanto se
il mondo va in rovina, se i popoli vengono calpestati, se domani qualcuno ci
assedierà e ci bombarderà, senza un’apparente ragione. Non ci potremo lamentare
di questo, come non potremo essere felici vincendo. Come ricercatori, dobbiamo
gettare queste cose nella spazzatura, in quanto votati al superamento della
dicotomia bene-male, sofferenza-gioia, perché solo la via di mezzo, come
insegnava il Signore Buddha, ci può salvare dalla realtà di contrasto nella
quale viviamo. Realtà che è resa più dura per coloro che sentono la frusta, che
sono violentati e uccisi, per chi deve tacere perché non ha la possibilità di
esprimere le proprie opinioni, per coloro che sono in prigione per reati non
commessi; più difficile per coloro che sono in una corsia di ospedale e che non
hanno altre alternative se non la morte. Certo, siamo qui di passaggio, ce lo
dobbiamo rammentare, ora siamo sani ma domani potremmo essere ammalati; se ci va
bene di una malattia qualunque, nel caso contrario di una malattia che disgusta
o fa paura, che ci priverebbe anche degli affetti, di tutto. E molti si trovano
in questa condizione.La scelta del ricercatore spirituale dunque non è una reale
scelta, ma il superamento delle scelte condizionanti, che diventano tali quando
egli si attacca al risultato. Egli è un saggio che comprende la necessità di
amare con tutto il cuore gli altri e che comprende l’infelicità di tutti,
compresa quella dei potenti
Ma perché parlo così, cos’è la mia voce? Essa non è nemmeno simile al sussurro
di un bambino, la mia voce non è niente e non intendo in nessun modo farmi
promotore di battaglie di qualsiasi ordine, niente di tutto questo. Dico
solamente che la via spirituale intrapresa ci porterà alla liberazione dalla
sofferenza, senza perdere di vista coloro che non hanno espresso lo stesso
intento e non guardano in questa direzione.
Il Signore Buddha si portò davanti al Nirvana ma invece di entrarvi si fermò e
disse alla gerarchia spirituale che gli stava davanti, che non avrebbe potuto
farlo fino a quando tutti non fossero entrati. Questo supera di gran lunga
l’affermazione “Verrai con me in paradiso” che il Cristo fece al ladrone sulla
croce. Mentre Cristo, dopo la sua morte, va in paradiso, il Signore Buddha non
se la sente di godere di quella beatitudine e bellezza, sapendo che il resto
dell’umanità si trova ancora nell’infelicità.Il pensiero genera l’azione,
l’azione genera l’abitudine, l’abitudine genera il carattere, il carattere
realizza il destino, il karma. Il pensiero, quindi, che viene seminato nel
cuore, porta necessariamente al cambiamento del karma e alla sospensione della
sofferenza. Ciononostante il signore Buddha, che aveva superato la sofferenza,
soffriva per coloro che non l’avevano superata.Dove sta il superamento della
sofferenza, se anche il Buddha soffriva?Un uomo non può violare un altro uomo,
in nessuna forma. Il ricco non può disprezzare il povero, il povero non può
vendicarsi del ricco. Il saggio non può contrastare l’ignorante, l’ignorante non
può mancare di rispetto al saggio. L’uomo non può umiliare la donna né la donna
l’uomo. I figli non possono ribellarsi ai genitori e i genitori non possono
mettere in condizione i figli di ribellarsi. Il nostro sentire, se non è
sostenuto da una forte motivazione e da una forte volontà, se non è coltivato
conformemente ad una pratica sentita, lentamente si sgretolerà, si affievolirà,
diminuirà in noi e noi diventeremo come quelle persone, che non hanno condotto
una ricerca e che non hanno scelto la Via. È per questo che bisogna
praticare.Questo mondo è una cosa orribile, una disgrazia che ci è capitata e
abbiamo una sola possibilità di uscirne, usando la nostra volontà, non
denunciando, non facendo le guerre, non facendo volontariato o altre pratiche
pietose, seppur ci fanno acquisire meriti. A noi serve soltanto avere il
coraggio di prendere le distanze dal bianco e dal nero, dall’alto e dal basso;
trovare un punto di armonia che ci consenta di fare un salto per cui la mente
non sia più in grado di costringerci nella dicotomia bene-male, bianco-nero,
buono-cattivo... Riflettete su questo e non lasciate che la violenza e la paura
pieghino la vostra volontà.
Swami Shanti Sarasvati
[da Dhyana
Mudra, Vol I - 2008] |
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