Natura degli stati coscienziali

Swami Shanti Sarasvati 

 

 
 

Se cerchiamo di definire gli stati coscienziali o accettare proposte di loro definizioni, avremo la sorpresa di scoprire che essi sono momenti di sentire mutevoli e ingannevoli, come qualsiasi altro fenomeno.

I fenomeni che li generano e concorrono al loro mutamento, rappresentano lacci che trattengono il discepolo nell’identificazione limitante spazio-temporale della realtà attuale, mentre la liberazione per sua natura scioglie ogni tipo di legame. I legami tengono insieme cose ad altre cose e i nodi che li rappresentano sono punti di forza, che mantengono la rete di relazioni concettuali riferite a ciascuno stato di coscienza, la cui vera natura è “chiarezza al di là delle immagini”.

“Tutti i fenomeni sono per loro natura falsi, perciò non sono da abbandonare né all’inizio né alla fine”, dice Sri Tilopa. La coscienza è un livello di produzione condizionata che riguarda la causalità, secondo i buddhisti una delle 12 cause della produzione condizionata della vita nell’esistenza ciclica.

È qualcosa che non ha vita intrinseca, ma dipende da qualcos’altro. Tutto ciò che dipende da altro non può sussistere ed è soggetto al mutamento, al deterioramento e alla trasformazione. Non è stante ed essente per sé, ma dipendente.

La coscienza produce sensazioni e percezioni diverse che, se elevate a sistema, creano un modello che riconosciamo essere un’entità. Così parliamo di purezza, di equanimità di stati estatici, di critica, di benessere e malessere e di tutte le diadi immaginabili e applicabili a ciò che l’uomo individua come appartenentigli.

Gli stati conscienziali possono radicarsi mediante l’identificazione, ma la sostanza della rete di fenomeni induttivi, pensieri e impressioni che hanno generato quella coscienza, è fasulla e impermanente. Il suo destino è quello di scomparire con il portatore, ovvero di mutare per causa e condizioni adeguate. Le religioni cercano di creare una buona coscienza negli uomini, adoperandosi ad incidere positivamente sull’umanità, che di per sé non è né buona né cattiva, ma che si adegua costantemente alle condizioni ambientali (naturali, religiose, socio-politiche, etc.).

Un’altra qualità della coscienza è che essa propone dominanti di suoi stati, a seconda che se ne presentino le condizioni. È solo la testardaggine nel voler mantenere la coerenza di taluni comportamenti, che produce nella persona una dominanza e continuità di coscienza. Diversamente essa è altalenante, opportunista e frammentaria.

Un’altra idea, è quella della coscienza progressiva, che ci porta a desiderare un miglioramento continuativo del nostro sentire interiore, preso a modello dalle religioni o dagli aggregati sociali finalizzati. La realtà è violata da una sovrapposizione di visione, rappresentata dalla nostra limitata immagine del mondo. Identificandoci con questa visione e non supponendo l’esistenza di altre all’infuori di essa, ci trasciniamo in occasioni ed illusioni continue. Quando ci sembra di aver aperto finalmente gli occhi verso una realtà nuova e di vivere secondo una visione pura (nel senso di non contaminata dalle precedenti visioni fasulle), ci accorgiamo che ci manca qualcosa per apprezzarla appieno, diventiamo cioè consapevoli della nostra inadeguatezza rispetto ad essa. Non possiamo girare in tondo tutta la vita, dobbiamo apprezzare con entusiasmo l’invito di Tilopa a dissolvere la nostra identificazione mentale, perché ciò faccia cessare la visione dualistica e per poter vivere, non più come un intento, la non-dualità della dualità.